LA PASSIONE PER LA STORIA, UNA STORIA DI PASSIONI

di Ruggero Dal Molin

La mia famiglia ha origini antiche, nei dintorni di Mantova, sino a quando il casato detto allora Molin si stabilì a Venezia nell’anno 887. Qui nel 1270 i Dal Molin furono compresi tra le famiglie patrizie nella famosa “Serrata” del Maggior Consiglio e annoverarono, nel corso dei secoli, uomini distintisi per virtù sociali, militari e religiose: generali d’armata e Procuratori della Repubblica di Venezia, Prelati e ambasciatori, sino a un Doge. Un ramo della famiglia si trasferì poi a Vicenza nel 1600 sino a stanziarsi anche a Bassano nel secolo successivo; faceva capo a un certo Domenico Dal Molin, nato attorno al 1750 e sposato con Antonia Caviolo dalla quale ebbe il figlio Gianmaria, il nonno del mio bisnonno paterno, nato nel 1786 a Bollago di Sedico (Belluno).

Gianmaria dal Molin

Gianmaria dal Molin

Ma dal momento che la famiglia Dal Molin si era ormai trasferita proprio a Bassano, sarà qui che il 20 novembre 1811 e alla presenza di due testimoni il giovane Gianmaria Dal Molin sposerà nella Chiesa di Santa Croce una ragazza di nome Domenica Maria Sartori. E alle sette antimeridiane del 17 aprile del 1821 la loro unione fu benedetta dalla nascita di Sante che a sua volta il 22 ottobre 1848 sposerà nella Chiesa di San Vito una giovane di nome Santa Fontana la quale dopo sei anni gli darà il piccolo Gianmaria, chiamato con lo stesso nome del nonno paterno, venuto alla luce in quel 16 febbraio che è curiosamente la mia stessa data di nascita. Cresciuto sempre a Bassano, Gianmaria Dal Molin si unirà in matrimonio il 22 novembre del 1879 con la giovane Angela Cecchetti. La coppia ebbe tre figli: nel 1880 arrivò Pietro mentre Giuseppe, che diventerà mio nonno, nacque nel 1886 e la loro sorellina Anna qualche anno dopo. La famiglia abitava nella zona periferica di Contrà Corte di S. Eusebio mentre il padre Gianmaria faceva il calzolaio in via Ferracina, nel centro di Bassano.

Una immagine di Bassano nel 1896

Una immagine di Bassano nel 1896

Finite le scuole dell’obbligo, i due figli maschi Pietro e Giuseppe iniziarono a lavorare nella piccola bottega paterna sino a quando Pietro, il maggiore,  non s’innamorò di una ragazza di nome Giuseppina Scalco, un'autentica artista nel campo dell’alta sartoria. I suoi modelli, veri pezzi unici, erano molto conosciuti e apprezzati dalla ricca borghesia bassanese che sovente frequentava l’avviata bottega in Piazza Garibaldi, proprio sotto la Torre Civica, dove si realizzavano splendidi capi di vestiti, cappelli e pellicce. Quando Pietro e Giuseppina si unirono in matrimonio nei primissimi anni del novecento, fuori dal laboratorio artigiano situato all’inizio di vicolo Vendramini comparve subito in bella vista la nuova targa della bottega: “Sartoria Dal Molin”. Certo è che al giovane marito Pietro, immerso tutto il giorno tra quei modelli di cappelli, vestiti e pellicce disegnati dalla moglie e realizzati dal laboratorio, l’ambiente divenne presto stretto: l’interesse e la fantasia di Pietro volavano altrove. 

Giuseppina Scalco

Giuseppina Scalco

In quegli anni infatti anche in riva al Brenta si cominciava a respirare una certa aria di Belle Epoque e a Pietro Dal Molin non passava certo inosservato come quei giovani benestanti bassanesi, che venivano a farsi confezionare gli abiti in sartoria, si pavoneggiavano agli occhi delle fanciulle più che con i vestiti firmati della moglie con degli equilibrismi su quelle biciclette dalle forme molto più contenute di un tempo. La bicicletta era infatti molto cambiata rispetto ai prototipi francesi di cinquant’anni prima e la comodità ma anche l’estetica avevano compiuto enormi passi avanti. D‘accordo, le biciclette non erano ancora diffuse, pochi potevano permettersele, si trovavano soprattutto marche straniere e i negozi che le vendevano non erano sempre a portata di mano. Ma il giovane Pietro era sicurissimo che quei trabiccoli a due ruote avevano già tutte le prerogative per divenire in breve tempo il più comune mezzo di locomozione per gli italiani. Seguendo il suo intuito imprenditoriale decise così di gettarsi in questa avventura e grazie alle ottime credenziali del laboratorio di sartoria della moglie riuscì a ottenere con delle fideiussioni i fondi necessari dalle banche. Pietro Dal Molin iniziò così un’attività di rivendita e noleggio di biciclette nel centro di Bassano con un negozio in Piazzetta dell’Aquila e, dato il sempre più crescente successo di vendite alimentato anche dalle gesta sportive dei primi ciclisti in Inghilterra e Francia, dopo qualche anno prese la decisione di costruirsele in proprio.

Per prima cosa acquisì un marchio dall’intrigante nome straniero “Wilier” rilevandolo da una semisconosciuta ditta inglese in difficoltà allo scopo di applicarlo ai telai delle sue biciclette. Poi, convinto il fratello Giuseppe ad abbandonare il lavoro del padre, nel lontano 1906 realizzò con lui la sua prima, piccola e modesta officina lungo la sponda sinistra del fiume Brenta, verso San Fortunato, quando ancora non era stato costruito il Ponte Nuovo. Così la fabbrica di biciclette Wilier nacque proprio qui, a due passi dal fiume, a ridosso dell’Osteria alla Colomba, celebrata da una vecchia stampa con il suo campo da bocce dove si giocava nelle torride serate estive al fresco dell’aria della Valsugana e delle acque del fiume Brenta.

Giovanna Carletti

Giovanna Carletti

L’iniziale modesto laboratorio si sviluppò in parallelo con la crescente popolarità della bicicletta e il cui successo fu dovuto anche al fatto che, cominciando ad essere costruita in serie, il suo costo divenne sempre più alla portata di molte persone. I due fratelli Pietro e Giuseppe Dal Molin, caratterialmente molto diversi, erano però poco tagliati per lavorare insieme. Giuseppe lasciò quindi la Wilier e tornò a fare il calzolaio tra le vecchie mura del laboratorio paterno superando la delusione della separazione dal fratello maggiore grazie all’amore di una giovane e graziosa ragazza di nome Giovanna Carletti. La sposò qualche anno dopo e con lei ebbe la gioia di un bellissimo maschietto di nome Antonio poco prima che la tempesta della Grande Guerra si abbattesse sulla famiglia Dal Molin. Perchè la guerra fu, nel bene e nel male, il vero spartiacque nella vita dei fratelli Giuseppe e Pietro Dal Molin.

Per Giuseppe Dal Molin comunque le dure vicende militari erano già iniziate durante il servizio di leva nel 1908, tra le fila del 34° Reggimento Fanteria Brigata Livorno, con il quale venne inviato in soccorso verso la Calabria e la Sicilia devastate dal terremoto di dicembre. Qui visse un’esperienza terribile ma meritoria che gli valse il conferimento della medaglia commemorativa istituita dal governo.

Nella primavera del 1915 poi, a seguito della mobilitazione generale, Giuseppe Dal Molin fu richiamato nel Deposito del 79° Reggimento Fanteria della Brigata Roma. Di lui e della sua famiglia l’Archivio Storico Dal Molin custodisce con grande cura e affetto due immagini molto toccanti: la prima scattata dal fotografo per potersi portare al fronte il ricordo della giovane moglie Giovanna del piccolo Antonio. La seconda in procinto di partire per il fronte, sfoggiando con orgoglio la divisa di Caporale della Brigata Roma, con accanto proprio la foto della moglie e del figlioletto.

La corrispondenza con la famiglia si interruppe però bruscamente quando il Caporale Giuseppe Dal Molin venne catturato dagli austroungarici a Monte Majo durante la “Strafexpedition” del maggio 1916, alla vigilia della battaglia del Pasubio. Strano destino quello di mio nonno Giuseppe. La sorte gli fu inizialmente benevola risparmiandogli la morte in combattimento e destinandolo al campo di lavoro di Himber, alla periferia di Vienna, allora adibito alla manutenzione della linea ferroviaria Vienna – Budapest; qui Giuseppe Dal Molin potè contare almeno su un vettovagliamento sufficiente a sopravvivere ma dovrà rimanervi per ben 34 mesi.

E in quella stessa guerra un altro giovane bassanese come lui, Antonio Temperato, colui che diventerà il mio nonno materno, era invece ancora al fronte tra gli Alpini del 6° Reggimento - Battaglione "Bassano", uno dei più gloriosi battaglioni delle Penne Nere. Fortunatamente non venne mai ferito ma a differenza di Giuseppe dovette affrontare quattro anni di guerra in prima linea partecipando a tutti gli assalti. Come durante la terribile battaglia dell'Ortigara del giugno 1917: il ricordo indelebile di quella carneficina, nella quale perse numerosi compagni, oltre ad accompagnarlo per tutta la vita si ripresenterà incredibilmente a lui come vedremo durante la guerra successiva salvandolo da una drammatica fine. Se quindi il mio nonno materno, l'Alpino Antonio Temperato, sopravvisse all'Ortigara, la fine della guerra aveva invece in serbo un destino crudele per quello paterno: il Caporale Giuseppe Dal Molin, tornato dalla durissima prigionia in Austria, apprenderà della perdita della moglie, morta a causa della tubercolosi contratta assistendo la sorella già contagiata. Con lei anche il piccolo Antonio era scomparso, vittima della tremenda epidemia di influenza “spagnola” che aveva devastato l’Europa nel 1918. In quella stessa guerra fu invece diametralmente opposto il destino di suo fratello Pietro Dal Molin. Dopo poco meno di dieci anni di vita ormai nella sua fiorente azienda si producevano biciclette con impianti a carattere industriale tanto che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale trovò nella Wilier una fabbrica meccanica ben avviata e con un buon potenziale di crescita.

Anche se Bassano divenne presto una cittadina a ridosso del fronte dove tra Pasubio, Grappa e Piave infuriavano tremende battaglie, la produzione di biciclette nello stabilimento di San Fortunato rallentò ma non s’interruppe mai. Anzi, dal conflitto il marchio Wilier uscì avvantaggiato sia grazie alla sua diffusione con i bersaglieri ciclisti italiani, i quali avevano in dotazione le biciclette della casa bassanese, sia per i ricavi delle sicure commesse militari. Dopo la Grande Guerra la Wilier di Pietro Dal Molin avviò nuovi reparti destinati alla cromatura e nichelatura mentre del vecchio negozio di cicli (che commercializzava anche marche concorrenti) finirà per occuparsene un nipote. Come aveva intuito Pietro la bicicletta era divenuta il mezzo di spostamento più diffuso e la sua passione era alimentata dalle gesta sportive di Girardengo, Binda e Guerra che accendevano sempre più l’entusiasmo della gente.

Giuseppe Dal Molin

Giuseppe Dal Molin

Intanto al Caporale Giuseppe Dal Molin, rientrato dalla prigionia nella primavera del 1919, persi moglie e figlio, per fare ripartire una vita rimaneva soltanto la bottega paterna poiché il 2 novembre di quell’anno morì anche il padre Gianmaria dopo che la mamma era già mancata qualche anno prima. Stanti i dissidi col fratello Pietro, a mio nonno Giuseppe non restava quindi che aggrapparsi a qualche amico e al suo lavoro di calzolaio nella angusta stanzetta di via Ferracina. Nove metri quadrati con una vetrata sulla via e al centro un tavolo di lavoro pieno zeppo di pinze, suole, pezze di cuoio, tacchi, chiodi e martelli. 

Ma Giuseppe non si perdette d’animo e nel lavoro di calzolaio diventò presto un vero artista tanto da essere il preferito dei “siori de Bassan”, a cominciare da quelli di Palazzo Nardini i quali avevano il suo negozio proprio sotto casa. E un po' alla volta, mentre Bassano Veneto diventava la più conosciuta Bassano del Grappa proprio in ricordo degli anni bui e della vittoria nella Grande Guerra, la vita tornò così a sorridere anche per Giuseppe Dal Molin grazie a Rosina Basso, colei che divenne per me la nonna paterna e per lui la seconda moglie, conosciuta nei primissimi anni venti molto probabilmente quando Giuseppe si recava in Municipio per dei certificati rilasciati dall’anagrafe dove lei lavorava. 

Rosina Basso

Rosina Basso

Per questo Rosina si era trasferita presso la sorella che aveva ottenuto dal Comune una delle prime case popolari di Viale Scalabrini, proprio di fronte all’omonimo Istituto del Centro Missionario. Offesa per una grave forma di meningite tubercolare contratta da ragazzina che la rese irrimediabilmente zoppa, trovò in Giuseppe Dal Molin un uomo che con lei volle ricostruirsi ancora una famiglia. E infatti Giuseppe la sposò nel 1923 andando ad abitare in quell’alloggio di Viale Scalabrini proprio a due passi dal Ponte degli Alpini. Giuseppe e Rosina ebbero tre figli: mia zia Liliana nel 1924, mio padre Elio nel 1929 e mio zio Franco nel 1934. Rispetto all'ascesa industriale ed economica del ramo della famiglia del fratello Pietro, per Giuseppe e Rosina furono anni di grandissimi sacrifici poichè mia nonna, non appena comunicò di essersi sposata, venne licenziata. Sarà quindi nel quartiere di Viale Scalabrini che mio padre Elio vivrà la sua adolescenza e sarà di lì a poco testimone di tutto lo svolgersi della Seconda Guerra Mondiale e del suo passaggio per Bassano del Grappa. 

Mio padre Elio con il fratellino Franco, la sorella Liliana insieme ai genitori Giuseppe Dal Molin e Rosina Basso

Mio padre Elio con il fratellino Franco, la sorella Liliana insieme ai genitori Giuseppe Dal Molin e Rosina Basso

Pietro Dal Molin

Pietro Dal Molin

Ma torniamo agli anni trenta, a Pietro Dal Molin e alla sua Wilier. Con la corsa agli armamenti voluta dal regime fascista, e soprattutto quando l’Italia entrò ancora una volta in guerra nel 1940, la Wilier ricevette nuovamente commesse belliche di vario genere (tra i ricordi di mio padre anche la fornitura all’esercito degli elmetti italiani M 33) e la fabbrica si sviluppò ulteriormente arrivando a contare un centinaio di dipendenti. La produzione continuò per tutta la guerra anche se negli ultimi giorni di aprile del 1945 lo stabilimento venne parzialmente distrutto dai bombardamenti alleati che infierivano su una Bassano già martoriata dalle incursioni aeree. Ebbe la peggio il Ponte Nuovo, quello di cemento, raso al suolo dai bombardamenti alleati mentre quello storico, il celebre Ponte degli Alpini del Palladio, venne quasi completamente distrutto dallo scoppio della mina collocata dai partigiani per ostacolare la ritirata alle truppe tedesche incalzate  dagli Americani. Rileggiamo quei giorni dall’opuscolo edito nel 1946 “Bassano del Grappa nella Liberazione” e gelosamente custodito da mio padre Elio perché parla proprio delle vicende della Liberazione che visse da ragazzino quando abitava nelle case popolari in Viale Scalabrini:

Gli avvenimenti visti dall’Istituto Scalabrini – 29 Aprile 1945

Per la città di Bassano sono le ultime ore di dominazione nazifascista… Al mattino una agitazione insolita a tutti. Passano le ultime macchine tedesche cariche di soldati; il Ponte Vecchio regge oltre ogni previsione e tutti i tedeschi passano sulla riva sinistra, imboccando la Valle del Brenta, fuggendo in rotta completa. Sul Ponte Vecchio un corpo di guardia tedesco regola il transito degli ultimi veicoli. Passano altri gruppi di soldati a piedi o in biciclette rubate lungo la strada ai primi mal capitati. I Partigiani delle vicine colline avanzano per disarmare i tedeschi; là verso Marostica si combatte. Si dice che gli Alleati siano già a Sandrigo; verso le 10 i carri armati sparano da Marostica per colpire gli ultimi nuclei tedeschi. Corre voce che il Ponte Vecchio sia minato e che tra breve salterà. Momenti di attesa. Intanto per l’aria fischiano le pallottole dei fucili e dei mitra. Stare esposti è pericoloso. Tutti gli abitanti del rione “Scalabrini” si rifugiano nei sotterranei dell’Istituto come durante i bombardamenti.

Bassano distrutta nel 1945: sullo sfondo: il Ponte degli Alpini

Bassano distrutta nel 1945: sullo sfondo: il Ponte degli Alpini

Bassano nel 1945 - la passerella sul brenta. sullo sfondo la zona di San Fortunato

Bassano nel 1945 - la passerella sul brenta. sullo sfondo la zona di San Fortunato

Salta il Ponte 

Alle 10.30 il Ponte Vecchio salta; siamo ormai divisi da Bassano ma i tedeschi sono sull’altra riva e fuggono. Le  cancellate dell’Istituto Scalabrini sono chiuse e nell’istituto si assiste alla Messa cantata. Verso le 11 si ode il rumore assordante dei primi carri armati in Borgo Angarano; si arrestano al crocevia del Viale Scalabrini. Tre soldati scendono e infilano il Viale; è la pattuglia avanzata esplorante. L’imponente edificio dell’Istituto li attrae. Pensano forse ad una caserma… si portano davanti alla cancellata chiusa. Il portiere dell’Istituto li avvisa: li osserva chinati sul pesante mitra spianato … pensa a tre soldati tedeschi e avverte il Direttore dell’Istituto. Questi si porta al cancello centrale. Dal colore kaki dell’uniforme riconosce tre soldati americani. Li saluta cortesemente; i tre si alzano rispondendo al saluto in lingua inglese. Il Direttore parla pure inglese. I soldati all’accento della loro lingua, mai più udita parlare dagli Italiani da Bologna a Bassano, guardano soddisfatti e stringono la mano al Direttore che dà loro il benvenuto. Chiedono se l’edificio sia proprio una Casa di Sacerdoti e sentono con piacere che l’istituto ha la maggior parte dei suoi Missionari proprio in America. Si chiamano tre chierici dell’istituto, americani, e la conversazione è ancor più cordiale e animata. I soldati offrono gentilmente sigarette, cioccolato e biscotti… Danno poi le loro generalità: uno di Boston, uno di Filadelfia, il terzo di Detroit. I tre chierici sono pure di Boston. Davanti al cancello dell’Istituto che viene subito riaperto si riversano i Padri e studenti ai quali non sembra neppur vero che gli Alleati siano arrivati e che i primi tre soldati, arrivati in Bassano, abbiano fatto tappa proprio all’Istituto Scalabrini a incontrare i loro connazionali.

Chi scrisse allora questo articolo non sapeva che in realtà tra quei ragazzini ai quali i tre soldati americani regalavano cioccolato e biscotti attraverso la cancellata c’era mio padre Elio il quale, quando mi raccontava questo episodio, ricordava sempre il gusto di quella strana gomma elastica dolcemente zuccherata che quei soldati masticavano e offrirono anche a loro. 

Alla seconda guerra mondiale era per fortuna sopravvissuto ancora una volta anche il nonno materno, l'Alpino del "Bassano" Antonio Temperato, combattente sull'Ortigara nel giugno del 1917. Ma come vi anticipavamo, il suo destino incrociò ancora quel terribile nome anche durante l'occcupazione tedesca. Infatti poche settimane prima delle giornate che vi abbiamo appena descritto, e che segnarono l’alba della liberazione di Bassano dall’occupazione nazifascista, Antonio Temperato e la sua famiglia si trovavano a Campese, paesino della Val Brenta alle porte di Bassano dove abitavano. Qui avevano assistito fortunatamente incolumi a tutto il corso storico della dittatura fascista, dalla sua nascita, alla sua affermazione, sino al suo crollo e alla successiva occupazione nazista.

Campese: inagurazione della Stele dedicata a Gabriele D'Annunzio durante il periodo fascista

Campese: inagurazione della Stele dedicata a Gabriele D'Annunzio durante il periodo fascista

Antonio Temperato

Antonio Temperato

Così, in una delle numerose retate tedesche della Wehrmacht organizzate per reprimere le azioni di sabotaggio partigiane, finì con il trovarsi veramente a un passo dall’essere deportato in Germania. Prelevato a viva forza tra la disperazione della moglie Lucia e delle quattro figlie piccole, durante un duro interrogatorio fu varie volte percosso e offeso dai soldati tedeschi che lo accusavano di essere il solito vile e bugiardo italiano voltagabbana. A quelle parole egli reagì però con grande veemenza ricordando coraggiosamente agli uomini della Wehrmacht come stessero parlando con un Alpino italiano il quale senza paura aveva già affrontato e combattuto i loro predecessori austriaci nientemeno che sull’Ortigara nel giugno del 1917.

Il comandante tedesco a quel punto, riconoscendo effettivamente nella coraggiosa reazione e nelle risposte di mio nonno uno dei valorosi Alpini della tremenda battaglia dell'Ortigara, che anch'egli ben ricordava, gli evitò la deportazione. Anche per questo, oltre che per i suoi ricordi della Grande Guerra, il mio nonno materno Antonio portò sempre con particolare orgoglio e sino all'ultimo il suo celebre cappello Alpino.

Nel 1945, finita la guerra, il ramo della famiglia guidato da Pietro Dal Molin era intanto determinato più che mai a risollevarsi potendo contare su un certo benessere economico accumulato grazie alle commesse belliche e nonostante la distruzione di parte dello stabilimento.

Così alla fine delle ostilità la Wilier era ancora una volta pronta a ripartire riconvertendo interamente la sua produzione esclusivamente nella bicicletta dove Pietro Dal Molin ancora una volta vedeva lo strumento non solo simbolico del rilancio di un’Italia finalmente libera anche se sfiancata dalla guerra. Un’opportunità di sviluppo unica ma nient’affatto facile perché se la Wilier aveva sempre costruito ottime biciclette restava comunque una piccola realtà offuscata dai colossi Bianchi, Atala e Legnano. Occorreva dunque osare l’inosabile e così si fece inserendosi direttamente nello scenario che in quegli anni attirava la maggiore attenzione degli italiani ovvero la sorte del Territorio libero di Trieste, ancora conteso tra l’amministrazione alleata e le rivendicazioni jugoslave. Pietro Dal Molin abbinò così al marchio Wilier il nome della città di San Giusto con una mossa molto rischiosa ma che si rivelerà vincente. E a questa scelta unì l’idea geniale del riflesso ramato, quel colore speciale che per anni avrebbe contraddistinto soltanto le biciclette Wilier e il cui procedimento venne brevettato. 

                             dal libro: "Sotto il segno dell'Alabarda della Wilier - una storia lunga un secolo"

Così agli inizi del 1946 la Ciclomeccanica Dal Molin lanciò sul mercato una nuova bicicletta sportiva, la Wilier Triestina, dall’inconfondibile colore del telaio e dal rosso alabardato triestino. Ma come dare la giusta pubblicità a quel prodotto così innovativo? Insieme al figlio Mario, ormai con lui al timone dell’azienda, Pietro Dal Molin decise quindi di entrare nel settore delle competizioni ciclistiche con il glorioso Veloce Club Bassano, società fondata nel lontano 1892 che già otteneva consensi in tutta Italia con una squadra di dilettanti. Ma come loro capitano venne scelto un professionista, nientemeno che il più forte ciclista triestino in circolazione, quel Giordano Cottur il quale sposò subito la causa sportiva della Wilier condividendone anche lo spirito patriottico. Gli furono affiancati altri friulani come Guido de Santi, Egidio Ferruglio ed Angelo Degano, i trentini Picolroaz e Menon oltre ai veneti Antonio Bevilacqua e Giovanni Brotto, corridori pronti a dare tutto sulle strade da poco sgomberate dalle macerie della guerra. Giovanni Zandonà salì invece a dirigere il gruppo dall’ammiraglia della neonata compagine bassanese, “una squadra robusta”, come la definì la Gazzetta dello Sport dedicandole ampio spazio.

dal libro: "Sotto il segno dell'Alabarda della Wilier - una storia lunga un secolo"

dal libro: "Sotto il segno dell'Alabarda della Wilier - una storia lunga un secolo"

Uomini temerari che nel Giro d’Italia del 1946 furono subito messi alla prova dal ciclismo dei Grandi, dei leggendari Bartali e Coppi, portacolori delle grandi case come la Legnano e la Bianchi. Ma era il momento più alto del “ciclismo eroico” e una vittoria, grazie alle cronache passionali che diffondevano giornali e radio, avrebbe avuto ritorni incalcolabili per la Wilier. E quel che avvenne di lì a poco superò di gran lunga le più rosee aspettative di Pietro Dal Molin: la prima tappa del Giro andò proprio a Cottur nella Milano–Torino dove al termine di 185 chilometri staccò il compagno Bevilacqua indossando così la prima maglia rosa del dopoguerra. Ma il veneziano si rifece alla grande il giorno dopo nella Torino–Genova togliendo la maglia rosa al suo capitano e ripetendosi due giorni anche nella Montecatini–Prato conquistando il terzo successo su quattro tappe per la Wilier.

Il corridore della "Wilier Triestina" Bevilacqua vincitore della tappa del Giro d'Italia

Il corridore della "Wilier Triestina" Bevilacqua vincitore della tappa del Giro d'Italia

Un inizio trionfale per questa piccola squadra ormai sulla bocca di tutti. Il Giro ritrovò poi naturalmente i suoi classici eroi con Bartali in testa alla classifica generale e due tappe vinte da Coppi. Fino alla fatica domenica 30 giugno, quella della tappa Rovigo-Trieste durante la quale alcuni attivisti filojugoslavi bloccarono il Giro a Pieris con blocchi di cemento, lanciando chiodi e pietre sui corridori.

Solo in diciassette, ma con la Wilier Triestina al completo, arriveranno alla fine della tappa; Giordano Cottur, che conosceva le strade della sua città, sferrò l’attacco decisivo precedendo sul traguardo i compagni Bevilacqua e Menon. Tre corridori della Wilier Triestina ai primi tre posti, a Trieste: un’apoteosi e non solo per Pietro Dal Molin. La gente impazzita invase la pista e Giordano Cottur venne portato in trionfo; certo, si dovettero aspettare ancora otto lunghi anni perché Trieste tornasse italiana ma mi piace pensare che l’arrivo di quelle maglie rossoalabardate Wilier della famiglia Dal Molin portarono già un pezzetto d’Italia nella città giuliana. 

Magni in trionfo - dal libro: "Sotto il segno dell'Alabarda della Wilier - una storia lunga un secolo"

Magni in trionfo - dal libro: "Sotto il segno dell'Alabarda della Wilier - una storia lunga un secolo"

Fiorenzo Magni - dal libro: "Sotto il segno dell'Alabarda della Wilier - una storia lunga un secolo"

Fiorenzo Magni - dal libro: "Sotto il segno dell'Alabarda della Wilier - una storia lunga un secolo"

Il Giro continuò e la tappa d’arrivo a Bassano, sede della Wilier, fu invece vinta da Fausto Coppi dopo una fuga di 180 chilometri che però non furono sufficienti a colmare il distacco da Bartali il quale conquistò infine il Giro. Se per la Wilier Cottur giunse 8° Bevilacqua 17°, Piccolroaz 18° e Ferruglio 37° si trattò comunque di un trionfo inaspettato che seppe accendere entusiasmo e simpatia tra gli addetti ai lavori e gli appassionati. Pietro Dal Molin e il figlio Mario erano raggianti, al trionfo sportivo faceva riscontro una forte crescita industriale tanto da dover costruire un’altra ala dello stabilimento arrivando nel biennio 1947/48 a raggiungere i trecento dipendenti con una produzione di circa duecento biciclette al giorno. Anche la stagione del 1947 fu ricca di risultati sportivi abbinati al conseguente successo commerciale per l’azienda tanto che Pietro e Mario Dal Molin, ormai trascinati dall’entusiasmo lanciano il guanto di sfida ai colossi nazionali ingaggiando Fiorenzo Magni che diverrà il terzo grande del ciclismo dopo Coppi e Bartali. 

Il Giro d’Italia del 1948 iniziò sotto il segno di Giordano Cottur, partito subito fortissimo vincendo la prima tappa da Milano a Torino e arrivato da solo al traguardo levando le braccia al cielo sotto gli applausi della folla delirante: quel biondo triestino che, ricordando i fatti di Pieris, agli occhi di tutti rappresentava l’Italia ormai unita. Magni fu grande protagonista delle tappe del Sud dove difese strenuamente la maglia rosa dagli assalti di Coppi che in aperta polemica con la giuria per la tappa del Pordoi decise di ritirare la sua squadra a Trento. Magni invece ben sapendo quanta fatica era costato indossare la maglia rosa, si aggiudicò anche l’ultima tappa a Milano vincendo così il Giro. Nella classifica a squadre la Wilier piazzò nei primi dieci altri tre portacolori: Cottur terzo, Giulio Bresci settimo e Alfredo Martini decimo. Per Pietro Dal Molin fu l’anno più bello. E altri successi arriveranno in seguito: fra tutti la triplice consecutiva vittoria di Magni nel Giro delle Fiandre. Ma nel 1951 con i primi segnali di un vero e proprio “miracolo economico” la gente scoprì lo scooter e il mercato decretò così l’inizio della crisi per la bicicletta come mezzo di trasporto comune. Certo, il ciclismo continuò ancora ad appassionare con i suoi campioni ma le vendite delle case costruttrici calarono vertiginosamente e l’industria ciclistica precipitò in una grave crisi. Se per la Wilier la rovina fu ufficialmente dovuta a un mancato pagamento di ingenti forniture di biciclette per il mercato argentino, dalle confidenze di mio padre emerse in realtà un’altra versione, forse la più plausibile. In quel momento di grande crisi Mario Dal Molin cercò infatti di trovare una soluzione facendo grossi investimenti nel procedimento di saldatura dei telai che invece si rivelò carente. Subissato dai reclami dei clienti, inseguito dai fornitori e dalle banche, nel 1952 il figlio Mario cedette infine l’azienda che passò in altre mani le quali tentarono inutilmente di risollevare le sorti dell’azienda. Finiva così un’epopea imprenditoriale iniziata sul finire del 1800, durata più di mezzo secolo, a volte dai tratti così esaltanti da diventare patrimonio della mia famiglia, della mia città (che purtroppo ha dimenticato queste epiche gesta sportive) e forse anche dell’Italia stessa. Mario Dal Molin si trasferì a Milano con la famiglia, dimenticò il mondo delle biciclette e non tornò mai più a Bassano del Grappa.

Chi viceversa queste vicende sportive non le scordò mai, traendovi anzi una straordinaria ed eterna passione per il ciclismo, fu mio padre Elio. Già diciannovenne, l’otto settembre del 1948 vinse una prima corsa in Borgo Angarano, nella Parrocchia della S.S. Trinità, gara che aprì la strada alla costituzione l’anno dopo della celebre società gialloazzurra dalla quale nacquero molti campioncini e che annovera Elio Dal Molin tra i fondatori. Mio padre, che frequentava in quegli anni la scuola arte e mestieri di Bassano, divenne in seguito imprenditore di un’azienda di attrezzatura meccanica e ne fondò poi altre due che saranno successivamente condotte da mio fratello Dario, mia sorella Cinzia e da me. Serberà sempre però un orgoglioso ricordo delle origini della Wilier – Triestina e guardò anche con gioia le imprese dei suoi nuovi campioni quando le redini del celebre marchio vennero acquisite da una famiglia di Rossano Veneto dando inizio all’era dei Gastaldello. Così dalla fine del conflitto, dopo due lunghe guerre colme di lutti e tragedie, l'Italia e quindi anche la provincia di Vicenza vivono ora anni esaltanti. Sono quelli del boom economico nei quali le famiglie ritrovano finalmente tranquillità e benessere, anni in cui vivono insieme le generazioni sopravvissute alle due guerre e quelle più giovani crescono serenamente i propri piccoli, nati finalmente in periodo di pace. Proprio in quegli anni nacqui io, il piccolo Ruggero, figlio di Elio e nipote dell'indomito Caporale Giuseppe Dal Molin; eccomi qui di seguito ritratto insieme al papà, ai nonni paterni e alla mamma Lina in una fotografia di famiglia scattata nel 1958 nel giardino dell’istituto Scalabriniano di Borgo Angarano. 

Ruggero Dal Molin tra il papà Elio, i nonni Rosina e Giuseppe e la mamma Lina in una fotografia del 1958

Ruggero Dal Molin tra il papà Elio, i nonni Rosina e Giuseppe e la mamma Lina in una fotografia del 1958

Ruggero Dal Molin nel 1966

Ruggero Dal Molin nel 1966

Sono proprio i più piccoli che iniziano a familiarizzare con quelli che diventeranno i simboli della rinascita sociale ed economica di un paese, dalla Vespa alla FIAT 1100. E io con loro. Gli anni bui, e in particolare quelli della Grande Guerra, sembrano ormai completamente dimenticati tanto che nei primi anni sessanta risorge con forza quel tessuto industriale che nell’Italia del nord viene sostenuto dal fortissimo sviluppo della piccola e media impresa. Eppure il ricordo della Grande Guerra, anche grazie alle ultime testimonianze dei soldati di allora, sopravviveva nella maggior parte dei più giovani. Alcuni di noi, anche grazie alla vicinanza ai luoghi dove furono combattute quelle drammatiche battaglie, divenuti ormai meta di escursioni in montagna o uscite di caccia, seguivano i nonni o i genitori che vi si recano per ripercorrere le proprie memorie oltre che per recuperare reperti.

Da qui inizia a sedimentarsi una profonda conoscenza dei fatti della Grande Guerra, tanto più radicata perchè appresa percorrendo per anni proprio i luoghi dove venne combattuta. I nomi delle montagne iniziano a legarsi a quelli degli uomini e dei reparti che vi si affrontarono mentre i resti delle trincee e delle postazioni parlano di loro non di rado restituendo ancora oggetti, armi, munizioni oltre alle stesse ossa dei soldati.

Cima Lozze estate 1971: Ruggero con le sorelle Cinzia e Lorena ed il fratello Dario. Monica nascerà l'anno dopo.

Cima Lozze estate 1971: Ruggero con le sorelle Cinzia e Lorena ed il fratello Dario. Monica nascerà l'anno dopo.

E durante la scuola si leggevano le memorie di scrittori famosi che a loro volta, tra quelle stesse montagne, avevano speso la gioventù; sono infatti i loro libri che cementano la passione per la storia della Grande Guerra e la dimestichezza con quelle montagne che la videro drammaticamente protagonista. Per me su tutti svettava quel "Un anno sull'Altipiano" di Emilio Lussu, autentico capolavoro della letteratura italiana e affresco mirabile della vita dei soldati sul fronte italiano. Un libro che fa solo trasparire il legame affettivo tra la terra del Veneto e i soldati Sardi di quella Brigata "Sassari" i quali ne difesero le montagne fino allo stremo; si tratta infatti di una vicenda in realtà assai più profonda che proprio con l'Archivio Dal Molin riscoprirò in alcuni dei suoi aspetti più toccanti solo nei decenni successivi e che presto racconteremo su queste pagine. Scoprirete quindi perchè “il cuore” dell’eroe sardo lo portasse a Bassano e precisamente a Palazzo Nardini, dalla sua "madrina" di guerra: la signora Maria Teresa Guerrato Nardini. Proprio in quella casa vicina al laboratorio di calzolaio del Caporale Giuseppe Dal Molin il quale tra i suoi clienti aveva anche la famiglia Nardini. In questi ultimi anni è nata una grande amicizia tra me e i suoi pronipoti ed è innegabile come, tra le molte raccolte private che ospito e valorizzo nell'Archivio, la Collezione Caneva con le immagini di Emilio Lussu e di Teresa Nardini ne sia senz’altro il fiore all’occhiello. Mai però avrei immaginato che le nostre due famiglie, seppur a titolo diverso, si conoscessero già cent'anni fa. Fu la scuola quindi che per prima mi fece avvicinare a quella che poi divenne la passione per la quale tutti voi mi conoscete, ma ad onor del vero, altre ne serbo in un angolo nel mio cuore. E fra queste in particolare quella per la fotografia, nata negli ultimi anni in cui frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale Enrico Fermi di Bassano del Grappa; grazie infatti ad alcuni amici del basket finii per vivere un paio di stagioni dentro i box della Formula 3. Entrato nel team Calbros del pilota Paolo Bozzetto come fotografo ufficiale della squadra, date le loro ristrettezze economiche di allora, finii per dare una mano anche come meccanico.

Fu un’esperienza bellissima dove ebbi l’occasione di conoscere molti giovani piloti che poi diventarono dei grandi campioni di Formula 1 come Nelson Piquet, Nigel Mansell e Riccardo Patrese, solo per citarne alcuni, anche se devo confessare che è con Elio De Angelis il ricordo personale più caro. Vivere in quel mondo, seppur per un breve periodo, mi fornì addirittura l’occasione di realizzare un reportage fotografico per una nuova casa di cerchi in lega sportivi dentro i box del G.P. d’Italia a Monza, cose d’altro mondo al giorno d’oggi per i comuni mortali. Nella foto qui a lato scattata ai box di Monza G. P. Formula 1 del 1976 c'è il brasiliano Pace (che l'anno dopo morirà in un incidente aereo), Gordon Murray (l'eterno progettista delle monoposto di Ecclestone quando ancora faceva il costruttore) mentre dietro loro, di spalle e in giacca nera, compare Eugenio Ziliotto, celebre giornalista sportivo, Cevenni, altro personaggio e una rara foto di Gabriella Noris, celebre fotografa dell’automobilismo.

Alpino nella Brigata "Cadore"

Alpino nella Brigata "Cadore"

Terminati gli studi e diplomato come Perito Meccanico, venni chiamato a svolgere il servizio militare nel 1978 tra gli Alpini proprio come il mio nonno materno, e forse fu proprio il senso di appartenenza e la consapevolezza di portare le medesime mostrine dei lontani predecessori che iniziò ad aprirmi la strada verso quell'attività di ricerca sulla Grande Guerra divenuta negli anni seguenti una vera passione inarrestabile. Nel 1982 sposai Giovanna, curiosamente lo stesso nome della prima moglie del Caporale Giuseppe Dal Molin scomparsa durante la Grande Guerra, e tre anni dopo nacque la nostra unica figlia: Erika. Successivamente rilevai una parte dell'azienda paterna iniziando progressivamente a investire risorse anche nella realizzazione dell'Archivio Storico.

Ruggero Dal Molin in Ortigara nei primi anni '80

Ruggero Dal Molin in Ortigara nei primi anni '80

Vengono così stretti crescenti rapporti con istituzioni, studiosi, collezionisti e realtà locali con i quali in lunghi anni di faticoso lavoro riuscirò ad accumulare un notevole patrimonio fotografico e bibliografico.

La prima fotografia acquisita dall'Archivio Storico Dal Molin - anno 1986 - le rovine di San Martino del Carso

Fu però la conoscenza dell'indimenticabile alpinista vicentino Gianni Pieropan, uno dei più grandi storici e scrittori della Grande Guerra, che determinerà sul finire del 1988 una svolta importante, il mio incontro con un giovane studioso che stava ricostruendo le vicende della pluridecorata Brigata "Sassari": Paolo Pozzato. Grazie a lui, divenuto ben presto compagno di tante escursioni sui campi di battaglia dell'Altopiano e del Grappa, il patrimonio dell'Archivio viene valorizzato anche contribuendo agli apparati fotografici di decine di libri sulla Grande Guerra a firma di un sodalizio tuttora tra i più apprezzati dal pubblico. Anche come singolo autore raggiungerò il successo editoriale con "Arditi sul Grappa", uno dei più riusciti libri sull'argomento realizzato seguendo gli scritti di Ermes Aurelio Rosa e grazie alla collaborazione di Palma Viola, moglie del Capitano degli Arditi Ettore Viola, pluridecorato ufficiale delle Grande Guerra.

Marco Pantani in sella alla Wilier nella grande impresa dell'Alpe d'Huez nel Tour de France del 1997

Marco Pantani in sella alla Wilier nella grande impresa dell'Alpe d'Huez nel Tour de France del 1997

E in tutto questo, di tanto in tanto, la passione per l'automobilismo sportivo e soprattutto quella mai tramontata per il ciclismo fanno capolino, a maggior ragione quando il marchio "Wilier" viene ancora una volta portato sulla bicicletta di uno dei grandissimi del ciclismo italiano, quel "Pirata" che tutti conosciamo con il nome di Marco Pantani.

Ma alla fine la Storia della Grande Guerra prende il sopravvento su molti altri interessi tanto che, oltre a innumerevoli incontri e serate a tema, proporrò in seguito anche una serie di importanti mostre fotografiche, da quella sulla battaglia dell'Ortigara esposta a Vicenza alla più recente per il Museo della Terza Armata di Padova, ospitata prima nella prestigiosa cornice di Palazzo Camerini e poi presso il Circolo Ufficiali di Treviso durante la presentazione del Calendario dell'Esercito 2015. Grazie alla collaborazione con la A.S.C. Fronte Sud Altopiano 7 Comuni ho quindi realizzato nel 2014 a Cesuna il primo convegno sulla Grande Guerra dedicato a "Gianni Pieropan" al quale parteciparono decine di studiosi. Il successo della manifestazione porta a farlo diventare un evento annuale e a prevedere per il 2015 il tema della "Letteratura e Grande Guerra"; al suo interno viene quindi deciso di conferire il "Premio Pieropan" a una persona che durante l'anno si sia particolarmente distinta nel recupero della memoria e nella ricerca sulla Grande Guerra. Alla fine del 2013, durante alcune ricerche per la realizzazione di un libro sui Caduti nella prima guerra mondiale, incontro Stefano Aluisini con cui decido di condividere le importanti attività dell'Archivio Storico e soprattutto la migrazione su internet mediante la costruzione fra il 2014 e il 2015 di alcuni siti web e la stessa realizzazione della mostra di Padova. 

Così con il mio lavoro, insieme a Stefano Aluisini e Natalino Meneghin, alcuni luoghi dell'Altopiano, dell'Ortigara e del Grappa vengono quindi ripercorsi e riesposti con centinaia di fotografie contemporanee e d'epoca. In questo progetto e grazie alla collaborazione della Facoltà di Ingegneria Informatica dell'Università degli Studi di Brescia viene poi portata a termine l'applicazione "dentro la memoria" tramite la quale navigare su alcuni campi di battaglia mappati fotograficamente con l'uso del GPS da parte delle due squadre del team dell'Archivio Storico Dal Molin. Sarà uno dei punti di forza di una tesi di laurea in ingegneria informatica dedicata proprio all'Archivio Storico Dal Molin. Così a cent'anni da quegli eventi e utilizzando le più moderne tecnologie è stato possibile rendere merito a centinaia di migliaia di soldati della Grande Guerra, come il Caporale Giuseppe Dal Molin e l'Alpino Antonio Temperato, dei quali oggi chiunque e in tutto il mondo può conoscere la storia e il sacrificio.